IL FIUME

IL FIUME

IL FIUME

Ciao a tutti.
con questo breve racconto, il fiume, mi appresto a chiudere questa rubrica il cui nome racchiude gran parte del senso delle mie parole.
Con “Storie di podisti” ho tentato di raccontare angolazioni differenti e particolari di chi frequenta il mondo delle corse.
Ho tentato di scardinare la corsa da concetti meramente agonistici e tentato di mettere in luce aspetti umani che inevitabilmente si amalgamano bene in chi corre. Ciò che è venuto fuori sono emozioni di veterinari ed ex carcerati, sacerdoti e scienziati,disabili e gente che cammina tra pianure e deserti.
Spaccati di esistenze di gente comune che trasforma in vita le molte metafore che la corsa regala.

Ringrazio i “personaggi” della rubrica che si sono prestati alle mie domande, talvolta indiscrete.
Ringrazio le molte persone che mi hanno contattato solo per un semplice complimento e quelle che mi hanno affidato le loro storie, via email.

Le storie di noi podisti sono tutte originali e meriterebbero di essere sviluppate e trasformate in parole. 

Rubens 

Appaiono le prime stelle.
È ora di andare.
Pali di legno, viti e cartelli da appendere.
Domani è oltre questa nottata. Domani arriva il fiume di persone.
È da stamane che ci penso.
Il fiume.
Penso di avere un dono: ho la capacità di riuscire a fotografare con la mente ciò che mi circonda e di ciò che imprimo nella mia testa, estrapolare i dettagli. Attorno a me, come tante formiche, maglie verdi che con passo deciso seguono movimenti disegnati a tavolino: panche di legno, duecentoventi centimetri, spostate da un camion rosso mattone ad una collina d’erba rasata; quadroni in cemento, a bordo vasca piscina, che sono spazzati meticolosamente da Haziz, uomo del deserto; il muretto, con i mattoni faccia a vista, ospita delle carte piene di scarabocchi. Lì dentro, come tanti post it appiccicati ad un frigorifero, ci sono i miei pensieri: responsabili e ritmi da scandire, alimenti da sistemare e tracciati da far rispettare.
Ah sì..i tracciati. E’ ora di andare, ci sono le stelle.
Il martello insiste sulla testa del povero palo che piano a piano si fissa al terreno. I cartelli colorati raccontano di ristori, di chilometri raggiunti e di svolte da imboccare.
Tra me penso che la vita delle persone ha pochi cartelli da seguire e che ci si trova spesso a bivi non voluti e disegnati a nostra insaputa.
Le stelle promettono bene per domani.
La luce che se n’è appena andata ha portato con se scene di donne indaffarate a riempire scatoloni: salviette, biscotti, mestoli, bicchieri, marmellate, acque e sali minerali. Tutto sistemato con la cura di madri intente a fasciare neonati urlanti.
Gli involucri in cartone domani termineranno la loro esistenza ai ristori.
Ho il telefono che strilla. Lo fa da tutto il giorno. Ha provato a scaricarsi ma gli ho ridato linfa e corrente. E’ stato destato più volte dal fiume che in più riprese riappare quasi a ricordarmi che domani sarà qui da noi. Il fiume è esigente, il fiume pretende. Informazioni e orari.
Le mie parole vomitano numeri, strategie e consigli. A volte sono parole di un padre, a volte di un abile commerciante e altre volte ancora di un cicerone incallito. Provo con le tonalità ad infondere serenità. Voglio essere accattivante.
Lo vogliamo il fiume. Io e le tante maglie verdi attorno a me.
Le stelle promettono bene.
Il tracciato è lungo e la notte è popolata di gente che ci guarda con aria interrogativa mentre violiamo i parchi addormentati che, come a natale, addobbiamo di nastrini. I nostri però sono nastri da cantiere bianchi e rossi e isolano stradine in ghiaia.
È bello sentirsi padroni di un parco in piena notte. Ad osservare quegli scivoli freddi e inanimati c’è voglia di tornare bambini.
“Si può essere tristi accanto ad un luna park?”.
Il pensiero mi scivola via, rotto dal rumore del catenaccio che abbraccia nuovamente il cancello.
Sono quasi le due. Non abbiamo più pali e i cartelli sono appesi ovunque.
Ritorniamo alla base.
Mi siedo sull’erba. Schiena appoggiata al solito muretto con pietre faccia a vista. Davanti a me il silenzio che domattina albergherà altrove. Guardo sospettoso i sei tavoli affiancati che accoglieranno il fiume.
La gran vasca è illuminata e la gran tenda bianca accanto sembra un’enorme ostrica che si gusta la luce della luna.
Tutto è pronto.
Questa notte ci rapina sessanta minuti e le lancette ci prendono in giro correndo avanti a perdifiato.
Ma sì, chi se ne frega. Ho la testa altrove e penso solo al fiume che fra tre ore si riverserà qui. Dovrei riposare ma la mente ripercorre sequenze d’operazioni da dipanare come un gomitolo in lana. E così, come nei momenti appena precedenti ad un esame, mi ritrovo, ad occhi chiusi, ad immaginare le cose da dire e da fare con la luce che verrà.

La melodia del blackberry mi ordina di allontanarmi dal letto. Non abbiamo avuto feeling io e lui. A pensarci non ne abbiamo in generale di feeling io e il mio materasso.
Tempo di lavarmi la faccia e assieme ad altre maglie verdi ci appropriamo delle strade ancora deserte; riapriamo le ville, transenniamo parcheggi e allestiamo i ristori. L’argine alle cinque ci regala erba bagnata e aria frizzante. Il sole non ne vuole ancora sapere di affacciarsi e fare colazione assieme a noi. Un caffè veloce aumenta l’adrenalina che scorre nelle vene.
Un po’ alla volta dal buio sbucano altre maglie verdi. Hanno una direzione precisa: la sala piena di luce al centro della quale troneggiano tre affettatrici pronte a sputare migliaia di tondini di mortadella che moriranno in panini ancora caldi. C’è animazione e concitazione tra chi li crea i panini. Serpeggia il timore che il tempo non basti, il pane non basti, il personale non basti. Timori infondati perché tutto ciò che è lì fa parte di un disegno che non appartiene né a quella sala né a questo inizio di giornata.
Con le prime luci arriva la musica. Il villaggio si è animato. Maglie verdi ovunque. Ognuno un compito. Ognuno una rotellina da far girare nel meccanismo più grande che si chiama evento.
In questa frenesia ci ritrovo vita allo stato puro. Filosofeggio un po’ mentre sistemo le carte sulla mia cartellina blu: siamo tutti delle rotelline in fondo e il disegno nemmeno lo conosciamo.
L’arco è in piedi. Ettolitri d’aria compressa gonfiano quest’enorme passaggio. Vogliamo che il fiume lo attraversi in pieno.
E il fiume comincia a giungere a noi.
Un fiume di persone.
Le maglie verdi accolgono come si può accogliere una persona nel proprio soggiorno: molte premure e svariati complimenti. Ma quando il fiume comincia ad ingrossarsi rimangono molti sorrisi ma i fronzoli vengono ben presto abbandonati per far posto all’efficienza.
I volti delle persone che arrivano sono baldanzosi. Non esiste un’età ben precisa attorno all’arco: è un enorme pentolone all’interno del quale bollono storie di podisti. Ogni singolo racconto meriterebbe un premio e una menzione. Ogni parte di questo piccolo fiume raccoglie aneddoti legati alla strada divorata nel tempo.
C’è chi corre e chi cammina. C’è addirittura chi corre al contrario quasi ad esorcizzare la normalità delle cose.
Nel villaggio c’è fermento. Ritorno col pensiero a me, seduto sul muretto pietre faccia a vista e alle immagini che avevo davanti col buio. Ora su quei prati si sono riversate centinaia di persone. C’è chi allunga i muscoli, chi confabula, chi stringe mani e chi si bacia. Sembrano esposti un po’ tutti come fossero in vetrina, senza prezzi e senza cartellini.
Le ragazze col palloncino legato alla spalla regalano sorrisi di circostanza. Sono “marchiate” e “ingabbiate” in un semplice numero: è il tempo che devono rispettare in gara. Il timore di non essere all’altezza stringe loro lo stomaco. La solita lotta dell’uomo contro il tempo.
Arriva il campione che stringe mani e strappa sguardi carichi di curiosità. Potrebbe essere mio fratello minore. Trasmette serenità e semplicità qualità queste che dentro un paio di scarpe da corsa creano una miscela umana esplosiva.
Ci ritroviamo io e lui sopra una piattaforma verde. Entrambi col microfono tra le mani ed entrambi con lo stesso spettacolo sotto gli occhi: il fiume in piena pronto ad esondare al nostro assenso che arriva con un “Via” urlato al vento. I colori delle persone e il rumore delle suole di gomma si disperdono sull’asfalto.
È emozionante da lassù. Sotto di me i bip dei cronometri che imboccando l’arco danno un senso alla loro esistenza.
La musica sospinge i partenti.
È il popolo dei podisti.
Fotografo mentalmente un passeggino cigolante sospinto da una giovane madre con una felpa legata in vita; rimarco adolescenti abbracciati a creare muri umani mentre corridori impegnati tentano di valicare quella bramosa voglia di fisicità.
Mi scorrono sotto gli occhi tante facce note mentre il telefono continua a regalarmi vibrazioni.
Le maglie verdi hanno cominciato ad inventare.
Sul tracciato il sorriso di chi suda e fatica s’incrocia coi sorrisi degli uomini con le bandierine rosse in mano. Gente speciale questa. Nella semplicità di ciò che fanno è racchiuso un mondo: abnegazione, altruismo, disponibilità, cordialità e sacrificio. Loro non corrono ma regalano la corsa.
Ci sono maglie verdi che cavalcano biciclette, maglie verdi che trasportano persone in crisi e materiali da recuperare. Maglie verdi statiche e maglie verdi in frenetico movimento.

Il popolo ritorna all’arco.
C’è chi sprinta negli ultimi metri.
C’e’ chi arriva, spalla a spalla con altri corridori, immerso in discussioni da salotto.
C’e’ chi si prende per mano e chi, in solitaria, prende a manina i propri pensieri.
Ci sono cani che trascinano padroni e padroni che assecondano cani.

“Oggi ho conosciuto sul percorso questa bella signora e spero che diventeremo amici”. Ho il microfono in mano e quest’arzillo signore, davanti a me, lo stringerei forte.
Non c’è uno spazio libero sul prato.
Si respira serenità.
C’è la consapevolezza di aver fatto bene a fregarsene dell’ora in meno di sonno. C’è, in chi si rifocilla, la soddisfazione di aver fatto qualcosa di semplice e positivo.
Quando l’aggregazione funziona non esistono più barriere.
Oggi tutti quanti, chi corre e chi ha fatto correre fanno parte dello stesso disegno e condividono la stessa aria.

Non passa più nessuno sotto l’arco.
Lentamente anche le maglie verdi sono tornate a casa con gli occhi gonfi dal sonno ma coi polmoni gonfi d’aria.
Il prato è ritornato ad essere disabitato. Due ragazzi se lo gustano in solitaria. Dormono. Forse nemmeno hanno corso stamane. Ma chi se ne frega.

Mi risiedo sul muretto in pietra faccia a vista. Un bicchiere di birra accompagna tensioni assopite. È ritornato il silenzio di questa notte.
Sorrido.
Nella testa la scena di un ragazzino che chiede alla persona che lo tiene per mano: “Papà domenica prossima ritorniamo?”