RUDI

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Venticinque metri. Poi giro. Quattro metri. Poi giro. Venticinque metri. Poi giro. Quattro metri poi giro.
La mia pista di atletica leggera è al coperto.
La mia palestra ha ampie finestre. La luce che entra disegna, attraverso le sbarre, trentasei minuscoli quadrati per terra. Ogni quadrato dieci centimetri di lato.
Correndoci sopra a volte mi diverto ad infilare le punte delle mie scarpe. Guai a toccare le linee. Si potrebbe morire.
Mi chiamo Rudi. Ho quarantatre anni e gli ultimi quindici li ho passati in carcere. Oggi mancano duemila cinquecento cinquanta cinque giorni alla fine della mia pena.
La mia attività fisica non è solo indoor. Una volta al giorno riesco a correre ai piedi dei diciotto metri del muro di casa. Sopra questo mostro di cemento armato passeggiano gli “uomini che osservano”.
Lì sotto non c’è mai ombra. In inverno chi se ne frega, ma d’estate il muro regala un paio di gradi in più.
Spietato e puntuale.
Il mio tracciato è un sentiero tra l’erba. Nel mondo dei liberi queste linee in terra le chiamano “percorso vita”. Mi dicono esserci addirittura dei cartelli che spiegano come si devono svolgere gli esercizi. In carcere questo percorso preferisco chiamarlo “percorso” e basta.
La parola vita è ridotta al minimo. Quando penso a queste quattro lettere mi vengono i brividi.
Ne ho spenta una anni fa e da allora la mia non vale più nulla. Di notte i tormenti, in processione, vengono a battermi sulla nuca.
Spietati e puntuali.
Scende il sole e appaiono loro.
Da quindici anni sono inghiottito dai ritmi del carcere. Ritmi serrati, creati e gestiti dagli “uomini che osservano”. Ritmi vuoti, pieni di rumori metallici e urla che rimbombano in ambienti spesso altrettanto vuoti, un po’ come i miei pensieri che rimbalzano da un muro all’altro della cella.
Non stiamo nemmeno così male qui a Padova.
Io sono un detenuto modello. Lavoro in pasticceria e non rompo i coglioni a nessuno. Pochi mi amano e nessuno mi detesta.
Mi piace pensare a me come un fantasma. Invisibile. Adoro l’immaterialità delle cose, le trasparenze. Distaccarmi dagli oggetti che riempiono la quotidianità mi rende invulnerabile.
Ho una sola passione che tradisce la distanza che ho preso dalla vita: la corsa.
Lei è la mia nuova vita. Mia, soltanto mia, come niente al mondo. Lei è piena di rumori, sensazioni e aspettative. Correndo riprendo in mano il senso del tempo che per le rimanenti ventidue ore è da spingere avanti, a calci nel culo.
Due ore al giorno.
Una al mattino, indoor. L’altra al pomeriggio. La rinomata ora d’aria.
Questa nuova vita mi ha regalato un sogno. Sì, perché per essere vera una vita bisogna che abbia almeno un sogno, qualcosa a cui ambire.
Il mio è  correre la maratona.
Il mio pensiero vola a quando mi regalai le scarpe. Lavorai tre mesi e inviai una lettera a Gabriele. Nella busta i soldi e una scritta: Nimbus 3.
Avevo conosciuto le Asics Nimbus 3 in una vecchia rivista, dal barbiere. Me ne innamorai da subito. Ricordo quando mi arrivò il plico che le contenevano. Le stavo aspettando da giorni. Come un tossico davanti ad una dose aprii la scatola color nocciola e dopo molti anni riprovai il piacere di toccare un oggetto. Le calzai subito. Ricordo che mi dissi “sembra che qualcuno mi stia accarezzando i piedi”. Piedi rialzati da terra, ammortizzati, protetti. Le scarpe erano le Nimbus 10 e solo allora realizzai che la versione delle scarpe aumentava con il passare delle stagioni.
Oggi mi posso permettere un paio di scarpe ogni due anni. Sono quello delle Nimbus dai numeri pari. Ieri le 10 oggi le 12. Uscirò da qui con le Nimbus 20 ai piedi.

Venticinque metri. Poi giro. Quattro metri. Poi giro. Venticinque metri. Poi giro. Quattro metri poi giro.
Ieri, dopo molti mesi, ho ricevuto un permesso: Domenica 25 Aprile 2010. Dalle ore 6:30 a mezzanotte.
Destinazione Vedelago.
Scopo: manifestazione podistica.
Me l’hanno fatto penare.
“No il Direttore non ha firmato.” Ogni giorno per molti mesi la solita risposta.
A volte le persone non capiscono cosa significhi riempire al prossimo la testa di speranze.
Ah già. Dimentico spesso che ho spento una vita.

Mancano due mesi ancora e gli “uomini che osservano” mi prendono puntualmente in giro. Stupide battute più vuote di quei quadratini di aria disegnati per terra dall’ombra delle sbarre. “non stanchiamoci troppo eh, maratoneta” oppure “mangia la pasta maratoneta” e così via.
Non sono abituato a visite. La mia famiglia vive in un altro stato e i miei amici, appena hanno potuto, mi hanno girato le spalle.
E’ così che funziona quando hai addosso il marchio di chi spegne le vite. Nessuno più ti riconosce. Vivi di indifferenza. Solo Gabriele si ricorda di me. Mi ha spedito un plico targato “Regolamento maratona”. Meno male che mi traduce molte parole: Pace Makers, Real Time, microchip, griglie. Mi sento medioevale e annaspo in mezzo a questi termini oscuri. Ho capito però che posso, a piedi, raggiungere lo Stadio Euganeo dal quale partiranno gli autobus che mi porteranno alla partenza. Quarantadue km a nord. Ho capito che il traguardo dista poche centinaia di metri da dove ho spento la vita. Ho capito che quando ti appiccicano un numero addosso non è sempre una sventura. Il 4813 è il mio numero di pettorale.

Mi sono riappropriato del mio corpo. Ho imparato a misurare i miei respiri e a dosare il peso del mio corpo sugli avampiedi. Conosco il frenetico battito del mio cuore dopo un allungo.
Ho imparato ad usare il cronometro. Nessun gps. Nessun cardiofrequenzimetro. Il mio attrezzo lo chiamo cronometro biologico. Io conto i passi che sfuggono sotto i piedi.
Milleduecento al chilometro.
E conto.
Sono arrivato a contare, nella mia ora di allenamento, dodicimila passi.
Mi sono chiesto cosa si possa provare a contarne cinquantamila in corsa.
“Sei un idiota, Rudi. Conta i giorni che ti mancano anziché i passi!”. Guardo Carmelo con lo sguardo di chi sa di sprecare parole a spiegare qualcosa che non capirebbe.

È marzo. Piove sempre, porca miseria. Sono diventato il padrone del percorso accanto al muro. Ci corro solo io e ne conosco ormai tutte le insidie: montagnole scavate da talpe, buche nascoste da ciuffi d’erba che prolificano, lattine arrugginite sopravvissute al tempo.
“Gli uomini che osservano” da qualche settimana mi restituiscono sguardi curiosi. Se non fossi uno che ha spento una vita direi interessati.

Ore sei e trenta. Venticinque Aprile. Mi chiudono alle spalle il portone. Il rumore sordo mi spinge fuori. Per un attimo mi sento quasi in colpa.
Sono in tuta. Americanino. Roba di anni fa.
A tracolla il sacchetto bianco in dotazione ad ogni maratoneta. Sul sacchetto l’adesivo con il mio numero di pettorale e una scritta che pubblicizza un integratore: non ne ho mai assaggiato uno ma mi piace il nome. Mi da energia solo a guardarlo.
Le mie Nimbus proseguono. Sembra titubino. Sono consumate. Non ne ho chieste altre a Gabriele. Non avevo i soldi. Non me lo ha mai detto ma sono certo che i miei soldi non bastassero nemmeno per questo e che il mio amico abbia contribuito per la differenza.
Mi allontano dalla casa di reclusione. In tasca il permesso. C’è scritto che dovrei tenerlo sempre addosso. Il pericolo è che io devii dal percorso che ho dichiarato: Vedelago – Prato della Valle . Mi chiedo cosa devo fare: corro col pezzo di carta in mano? Rischierò. Non allungherei di un solo metro quel percorso. E’ il percorso del mio sogno.
Qui fuori mi colpisce la velocità delle cose: macchine e motociclette che sfrecciano. Persino gli aerei nel cielo mi sembrano più veloci.
Non ero più abituato a vedere tante cose in movimento in spazi così aperti.
Qui fuori mi colpisce le varietà dei colori che il mondo mette a disposizione.

Arrivo agli autobus. E’ la prima volta che mi trovo da podista in mezzo ai podisti. C’è eccitazione. Sorrisi. Contatti.
Il muro alto diciotto metri non dista nemmeno un chilometro da qui. Mi sembra di essere lontano diecimila chilometri.
Salgo su questo biscione blu e mi siedo accanto al finestrino. Il mondo si rimette in movimento. Strade mai percorse e per ogni strada una rotonda. Mi dico che nemmeno a piedi saprei come affrontare una rotonda. Dal finestrino vedo casolari abbandonati, ciclisti su bici con ruote strane, antenne paraboliche e ripetitori in quantità smisurata. In carcere abbiamo le cabine telefoniche. Fuori non ne vedo più una.

Il biscione si ferma. Mi ritorna in mente il perché io sia lì.
Mi mescolo tra la gente e vengo assalito da uno strano senso di normalità. Penso abbia a che fare con al libertà che mi manca.
Abbiamo tutti un’unica direzione: l’arco gonfiabile rosso della partenza.
Mancano venti minuti. Ci hanno messo dentro le gabbie. Chissà quanti di noi qui sono stati veramente ingabbiati, penso tra me.
Mescolo le mie speranze a quelle di queste migliaia di maratoneti che mi attorniano. Le mie sono speranze lecite. Come le loro.

Uno,due,tre,dieci,mille. Siamo partiti e i ho attivato il mio cronometro biologico. Conto.
Corro e conto. Non pronuncio una parola. Non saprei che dire. Nemmeno lo parlo bene l’italiano e anche fosse non avrei argomenti sui quali confrontarmi. Sento di ragazzi che raccontano di ripetute in salita, di gare collinari. Le uniche pendenze della mia giornata sono le scale che mi riportano in cella.
A undicimila passi circa entro in una città murata: Castelfranco. Il calore della gente mi spinge. Gente sorridente che incita e cerca la mia mano per battermi il cinque.
Evito i contatti non ne sono più abituato. Non mi sento all’altezza.
Mi risuccede a ventiduemila passi di tagliare le ali di folla. Camposampiero.
Non ho mai contato così tanto e sono solo a metà strada. Ho la testa libera e i polmoni che mi implorano di respirare più aria possibile. Le gambe invece si lamentano. Ho i muscoli contratti e i piedi che mi fanno male. Forse avrei dovuto chiederle le scarpe a Gabriele visto il dolore che mi provocano le vesciche è sempre più importante.
Ma è la testa libera che ordina: trentamila. Trentacinquemila passi.
Entriamo a Padova. Le vie che conoscevo io non erano tagliate in due dai binari del tram. All’Arcella riconosco dei locali del mio passato delirante. Oggi ci sono bar e dentro i bar persone cinesi. Altri mondi.
Come me.
A quarantamila passi comincio a superare i maratoneti in crisi. Camminano. Penso alla mia vita. Ero partito in quarta per poi andare in crisi e camminare. Tutti che mi sorpassavano.
La maratona mi ha rimesso in moto. Ho cominciato a muovermi gettandomi alle spalle la crisi. Questi sorpassi, per me, significano qualcosa.
Ci penserò in cella.
Leggo un cartello: ultimo chilometro. Accelero ed entro in Prato della Valle. Mi esplode il cuore. Vorrei strapparmelo e farlo vedere a tutta quella gente che mi incita e dire a loro che e’ un cuore guarito.
Non posso.

Quattro ore,sei minuti, venti secondi. Mi allontano dalla zona arrivi con la medaglia al collo. Il mio primo pensiero va alla borsa in plastica che contiene i miei effetti personali e che dovrebbe essere nel camion partito da Vedelago. Lì ho il mio permesso.
Trovo tutto. La firma del direttore del carcere mi ricorda chi sono.

L’autobus mi riporta allo Stadio. Da lì ho altri mille e cento passi circa per ritornare al mio mondo.
“Rudi, sono le quattordici e il permesso ti scade a mezzanotte. Che cazzo fai qui a quest’ora?”.
Non rispondo.
Mi chiudono il blindo alle spalle.
Oggi mi sento vivo.
Pulito.
Normale. 
 
Mi chiedo se una persona che spegne una vita ne abbia il diritto.
Penso di sì.

Rubens Noviello

N.d.r. Il racconto è tratto da una storia realmente accaduta a Padova. Rudi è un personaggio immaginario.