ALVISE DE VIDI

ALVISE DE VIDI

ALVISE DE VIDI

Il sorriso di Alvise è contagioso. Lo avevo scoperto qualche mese fa: io in platea e lui, da sopra un palco, a raccontare le sue imprese sportive.
Quel sorriso lo ritrovo stasera. Alvise mi stringe la mano e mi fa accomodare sul divano rosso del soggiorno della sua casa.
Siamo nel trevigiano e il nome del suo paese, Olmi di S.Biagio di Callalta, è quasi più lungo della statale che lo attraversa in due.
Lui mi siede davanti. Comodamente, in sedia a rotelle.
Se devo etichettargli una parola legata a ciò che questo ragazzone trasmette non ho dubbi: serenità.
Alvise placa.
Alvise avvolge.
Alvise coinvolge.

Li chiamano sport “minori” gli sport che non partoriscono vagonate di introiti in euro. Alvise c’è dentro fino al collo.
Ne è orgoglioso. Lo si legge dagli occhi e lo si percepisce dal suo tono di voce.
Lui è una di  quelle leggende italiane di cui si parla sempre e troppo poco. Questo, ahimè, è uno dei prezzi da pagare per chi stravince negli “sport minori”.
E così scivola via che il Commendatore al merito della Repubblica Italiana, il Sig. Alvise De Vidi, qualche anno fa è stato eletto dal CONI come uno dei dodici atleti più importanti del ‘900, al pari di Zoff, Benvenuti, Abbagnale, Simeoni e altri totem dello sport della nostra penisola.
Scivola via che dai suoi giri attorno al mondo è tornato con sette medaglie d’oro vinte in cinque paralimpiadi differenti.
Scivola via perché le paralimpiadi non destano sempre le giuste attenzioni di noi, che senza titolo alcuno, ci appropriamo del titolo di “abili”.
“Ho praticato sport fin da bambino. A diciassette anni ho avuto un incidente che mi ha costretto sulla sedia a rotelle. Ho iniziato un percorso di riabilitazione e terapie nelle quali incluso trovai il nuoto e la piscina.
Mi riavvicinai così allo sport.  Alle terapie ci aggiunsi la voglia di crescere, maturare e fare nuove esperienze di vita.
Lo sport diventò un innesco per reagire. In breve tempo alle vasche aggiunsi la pista di atletica leggera. Mi trovai a primeggiare quasi da subito, cimentandomi oltre che nel nuoto anche su varie distanze in pista che andavano dai  100 m ai 1500 m.”

Di tutti quei pezzi di metallo che ti hanno attaccato al collo qual’è quello al quale sei più affezionato ?
Le medaglie, come i figli, sono tutte ben volute. Tutte quante sono dei simboli e rappresentano spaccati della mia vita. Ma tra tutte queste ce n’è una alla quale sono particolarmente legato: la medaglia d’oro vinta alla maratona paralimpica di Atene nel 2004.

Quando hai pensato di correre una maratona?
Ho un paio di flash relativi ai momenti in cui trasformai l’idea di partecipare alla maratona in realtà. Il primo fu il giorno in cui vidi, in televisione, un mio amico/avversario correre la maratona di Roma.
Il secondo quando ci fu l’assegnazione di Atene come sede delle Olimpiadi:  incominciai a pensare alla piana di Maratona, a Filippide alla storia antica e moderna dello sport nato proprio in Grecia,  lasciandomi cullare da ciò che la storia mi provocava.
Si parla di 1996. Correvo le distanze corte e di mezzofondo che mi regalavano ori paralimpici e soddisfazioni. Il mio habitat era la pista di atletica.
Ma la maratona era una nuova sfida che andava al di là del solo risultato.
Questa corsa mi rigenerò gli stimoli, gli obiettivi e la mia mente, da subito, fu proiettata alla corsa greca dove arrivai da detentore e con l’oro di Sydney 2000 nelle tasche, altro ricordo indelebile.

Cosa hai provato quel giorno?
La maratona di Atene è stata una vera fucina di emozioni. Una gara molto dura fatta di continui strappi, alcuni proibitivi perché di salita veramente ripida e quindi molto difficili da superare soprattutto per gli atleti delle categorie più basse, come la mia. E poi quegli ultimi 12km di volata in discesa, solitaria, ma ricordo con la paura che potesse accadere qualcosa: forare una ruota, esaurire le forze, un incidente qualsiasi. Il terrore dell’imprevisto. Invece poi  è arrivato l’ingresso allo stadio Panathinaikos (quello dove si sono svolte le prime Olimpiadi, quelle di De Couberten),  che è qualcosa che ho cucito nel cuore. Cinquecento metri nei quali si è materializzato un sogno. Metro dopo metro”.

Io ascolto in religioso silenzio. Poi racconto ad Alvise le mie emozioni e il mio pianto, duemila km a nord e davanti al tubo catodico, mentre Baldini, nello stesso identico posto, alzava le braccia al cielo.

Quali sensazioni ricordi del periodo del tuo incidente?
Ero molto giovane e perciò pieno di vita. Ricordo le sensazione di paura e timore per la nuova piega che la mia esistenza stava prendendo. Ma ben presto la speranza di un futuro prese il sopravvento, anche con il grande aiuto e sostegno della mia famiglia.
Rabbia?
“No. La rabbia è un’emozione che non mi appartiene e soprattutto non sono mai stato incazzato con la vita”.

C’è vita da affrontare, penso. Non vita “diversa”. Vita e basta.
Mi appunto questo pensiero. Lo faccio per me. Lui non ne ha certo bisogno.

Cosa significa “osare”?
“Osare significa non avere paura delle difficoltà e affrontarle di petto e con coraggio.
Nel mio caso, in parte, si è tradotto nell’ uscire allo scoperto e staccarmi da quel mondo di iper-protezione nel quale io, come altri, tendevo a chiudermi. Osare significa andare incontro ad un mondo pieno di difficoltà, a volte oggettive (barriere architettoniche) altre volte invisibili ma più ardue da affrontare e superare. Ma osare nello sport significa esporsi  alle stesse e identiche sensazioni di atleti normodotati.
Nel bene e nel male.”

Arriva il caffè. Con la bevanda due persone serene. Nonna e nipotina. Nonna sorridente e nipotina con lingua lunga e simpatia da vendere.
E’ un bel clima quello che mi circonda. Nelle case dei campioni è un ingrediente indispensabile. Come lo zucchero per il mio caffè.

Hai mai pensato di mollare tutto?
No. Non ho mai pensato di mollare. Ti racconto però un aneddoto. Dopo il bronzo alle paralimpiadi di Barcellona nel 1992 , ho attraversato un periodo di distacco, di interesse per altre cose della vita. Succede, niente di strano mi dirai. Quei giochi, per la mia categoria, furono dominati da un atleta americano Burt Dotson, un autentico fuoriclasse che in quel periodo faceva incetta di ori, paralimpici e no. Per caso lessi una rivista statunitense che raccontava la sua storia e di come si allenava e capii che un vero atleta si allenava tutti i santi giorni, altro che due/tre sedute settimanali! Capii la grande differenza tra fare sport per gareggiare e fare sport per vincere. E da quel momento di difficoltà ne uscii più forte e consapevole che per competere gomito a gomito con i più forti dovevo lavorare e trasformarmi in un vero atleta. Completo e dedicato.
Qualche anno dopo quel Dotson lo battei, proprio a casa sua alle paralimpiadi del 1996 ad Atlanta.”

Qual è il livello di attenzione nei confronti del mondo sportivo praticato dai disabili?
L’ambiente sportivo che frequento è molto genuino e fatto di grande umanità. Il mondo dello sport paralimpico che conosco è un mondo di rapporti veri tra istruttori, allenatori e atleti che vede ragazzi con disabilità intellettive e relazionali, con disabilità fisiche e motorie e con disabilità sensoriali. I rapporti vanno spesso oltre al semplice “allenarsi” insieme. Io ho avuto la fortuna di avvicinarmi a questo ambiente sportivo attraverso persone competenti ed estremamente profonde.
L’Aspea Padova è diventata per me una seconda famiglia.
Le associazioni sportive vivono di pochi sponsor e qualche finanziamento pubblico. Il nostro movimento risente, al pari degli altri sport minori, della disattenzione delle masse così prese dai soliti sport. Non direi che è un problema solo italiano, estenderei questo giudizio anche a molti altri paesi. Esclusi i grandi eventi come le paralimpiadi o eventi con personaggi ormai di fama mondiale l’interesse non è sempre quello meritato.
Negli ultimi anni, paesi come la Cina o più recentemente come il Brasile hanno investito moltissimo in sensibilizzazione e risorse umane e nel giro di pochi anni sono diventati dei riferimenti nei medaglieri degli eventi mondiali. Invece il coinvolgimento e il reclutamento è più difficile sia in Italia ma aggiungerei anche in Europa, dovuto alla qualità di vita ben diversa e migliore che vivono i giovani con disabilità, e far capire quali opportunità straordinarie offre lo sport non sempre viene recepito.

Cosa consiglieresti ad un ragazzo disabile che si approccia allo sport ? 
Prima di tutto di scegliere la disciplina che più gli piace, ma anche che sia quella più adeguata. Sembra semplice e scontato ma non lo è. Lo spronerei a non arrendersi davanti alle prime difficoltà e di godersi le gioie e i dolori che lo sport insegna. Lo sport è una grande palestra, che migliora la qualità della vita, questa è la medaglia più importante che si vince facendo sport e la vincono tutti.”

Alvise gesticola molto con le mani. Internet mi aveva regalato immagini di lui sorridenti, sguardi emozionati davanti a capi di stato, mandibole serrate tra sforzi disumani. La rete però non è in grado di trasmettere il calore del suo muoversi e del suo accento trevigiano che modula toni seri e ufficiali alternati a informali e sane risate.

“Il mondo dello sport mi ha dato moltissimo. Per esempio essere un attore della cerimonia di inaugurazione di una paralimpiade è un brivido intenso che percorre tutti i pensieri, che ti rende orgoglioso e fiero di essere lì in quel momento a rappresentare la tua nazione. Sono attimi che rimangono incisi nei ricordi più belli, che lasciano un segno. Io ho avuto anche il privilegio di portare la bandiera della nazione ospitante dei giochi invernali del 2006 a Torino. Sono stato cosi fiero e orgoglioso di essere lì, un simbolo per tutti.
Il mio sogno è racchiuso in quei pochi secondi vissuti attraversando lo stadio illuminato dai flash. Io che mi muovo con la bandiera appoggiata sulle mie ginocchia, fino ad arrivare al picchetto militare che ha preso in consegna il tricolore. Questo è il mio sogno che rivivo quando posso e voglio. Basta chiudere gli occhi.”

Oggi Alvise è impegnato su tutti i fronti: sull’asfalto a sputare sangue per raggiungere nuovi obiettivi e in qualsiasi luogo dove sia possibile promuovere lo sport e la sua passione. Lo fa semplicemente parlando.
“Perché un campione che non trasmette nulla e ha la casa piena di trofei, vale poco.”
L’orologio a pendolo dietro le spalle del mio interlocutore finisce di scandire il ritmo della nostra discussione. La nipotina di Alvise, questo esserino di due anni e mezzo, mi regala l’ultima emozione. Appare in soggiorno con una semplice scatolina piatta e bianca.
La apro.
Mi ritrovo in mano la medaglia d’oro della maratona paralimpica. La corsa greca.
“La tengo in un cassetto della mia camera da letto”.
Niente bacheche. Nulla di auto celebrativo.
La semplicità del Commendatore è disarmante.
Con quel pezzo di metallo in mano provo a pensare a quanta vita ci possa essere lì dentro. Alvise minimizza e non me lo fa notare.
I veri campioni sono quelli come lui.
Gioiscono delle proprie emozioni.
In punta di piedi.