ANNA
Capita che da una giornata senza pretese riesco ad incrociare la vita di Anna.
Capita che lei sbuca da un parcheggio buio, vestita di nero e con un sorriso pieno di vita. Nel giro di poco sono travolto da un secco e musicale accento friulano.
Anna è tornata da pochi giorni. Provenienza continente nero. Dakar, Senegal. Ci ha corso dentro per cento chilometri. Il suo mal d’Africa me lo sento addosso come uno scialle di lana. Mi parla di dune e del sapore dell’alba tra il tropico del cancro e quello del capricorno. Tratta le dune e i silenzi di quell’immensa distesa di sabbia con l’affetto di un nonno che accarezza il nipotino appena nato. Mi descrive cosa passa per la testa di una persona quando parti per una corsa senza aspettative e ti ritrovi, da vincitrice, sotto il traguardo con le mani al cielo. 
“Una grande emozione perché vincere una ultramaratona a tappe non significa semplicemente correre; bisogna imporsi di farlo usando sempre la testa, dosando le forze e ragionando: di giorno con la sabbia fino alle caviglie e la sera a tavolino.”
Anna è una bella donna. Due bei fanali azzurri che osservano curiosi e un bel modo di porsi. Molto elegante nella sua semplicità e immediatezza.
“Da piccola abitavo in un piccolo paese di campagna Gemona del Friuli. Fui travolta dall’adolescenza e da un maledetto terremoto che mi regalò l’ebrezza dell’appellativo di “sfollata”. Di quel periodo ricordo che correvo spesso a perdifiato. Ero in competizione con mio cugino che nelle nostre lunghe rincorse mi precedeva e sbeffeggiava. Che sia nato da lì il mio spirito agonistico? Non so. L’anno scorso gli ho mandato una cartolina dalla maratona di Londra. Oggi sono certa che, viste le sue rotondità, quelle corse le vincerei io”.
Cosa significa crescere?
Anna mi sorride e guarda oltre la mia testa.
“È impossibile crescere. È qualcosa di impalpabile, di interiore. Non si smette mai. Ma cosa significhi non lo so.”
Ci accomodiamo a tavola. Questo locale ci regala un angolo fatto di due ampie vetrate. Possiamo guardarci da svariate angolazioni.
Arriva la birra per me e la Coca Cola per lei.
La friulana mi parla delle sue attività professionali, del suo tempo passato nella macchina che la trasporta in giro per l’Italia. I suoi discorsi trasudano emancipazione ed entusiasmo per ciò che fa anche se “non è il lavoro l’obiettivo della mia vita”.
Che tipo di podista sei?
“Durante la settimana corro appena posso. Ritaglio il tempo: sforbiciate di pomeriggi e serate. Corro spesso sola. I miei percorsi si chiamano piste ciclabili e la lampada frontale a volte accompagna i miei silenzi. È lì, nei silenzi, che riesco a godere il mio mondo fatto di piccoli, ma tantissimi, aspetti. Il rumore dei miei passi che frantumano le foglie secche, il freddo che spacca i polmoni”.
Questa è Anna irrazionale. Ma quella razionale esiste?
Si sente pungolata.
“Io amo prepararmi in maniera scientifica e razionale. So trasformarmi in freddo, razionale e inquadrato soldatino senza però mai diventare schiava degli obiettivi che mi pongo. La corsa è sacrificio. Lo amo il sacrificio anche se sto attenta a non trasformarlo in rinuncia a ciò che amo. Io sono un po’ come la mia corsa: amo ascoltarmi e vivo di sensazioni. Il mio modo di essere riflette il modo di correre: irrazionalità al servizio della razionalità.”
Qual è il tuo concetto di distanza?
“Ecco vedi, la distanza per esempio mette in luce ciò che ti spiegavo poco fa. Ai piedi di una maratona irrazionalmente non penso allo sforzo da compiere per percorrere migliaia di metri. Mi dico, qualcosa succederà! In realtà ogni singolo chilometro è passato al setaccio: analizzato e scomposto. Irrazionale in partenza, razionale in corsa, irrazionale sotto l’arrivo. In questo senso minimizzo il concetto di distanza non pensando mai alla sua globalità.”
Anna l’avevo notata ad una corsa. Scambiai due chiacchiere e mi ritrovai nelle mani il suo orgoglio di essere a capo di un giocattolino composto da un bel manipolo di podisti. Gruppo Podistico Atletico.
Anna non passa inosservata la domenica mattina.
La femminilità di una runner si esalta attraverso le piccole cose: una parolina in più in merito ad un gps oppure una considerazione in merito ad una strategia di corsa.
Non è il cosa che attrae, ma il come.
“Essere una donna ultramaratoneta rappresenta un pò il contrasto di andare contro il pensare comune che vuole, nell’immaginario di ognuno di noi, solo uomini forzuti ad affrontare distanze proibitive. In realtà, per definizione, noi donne siamo state create per sopportare il dolore.”
“Cos’e’ la corsa per te?”
“La corsa è disciplina e se ti impegni arrivi quasi sempre ad ottenere qualcosa.
La corsa a volte impone stili di vita, metodi da seguire e difficilmente si riesce a prendersi in giro.
La corsa insegna a relazionarsi: ti e’ mai successo di correre, spalla a spalla, con qualcuno che non conosci e che un po’ alla volta ti spinge all’esterno dell’argine? Ti è mai successo di avere al fianco uno che ti lascia spazio e ti regala premure? Dai singoli piccoli atteggiamenti, a volte, riconosco le caratteristiche delle persone con le quali condivido anche altri spazi delle mie giornate.”
Mi parlavi prima del senso di libertà che regala la corsa nel deserto. Cos’è la libertà?
“Essere libero significa non avere impedimenti. Nella corsa hai la possibilità di crearti lo spazio e il tempo. Li definisci come meglio credi. Ne disegni i contorni. Purtroppo a volte gli impedimenti ce li creiamo noi e di conseguenza la libertà ce la neghiamo.”
Cosa consiglieresti alle donne che si avvicinano al mondo delle corse in ambienti cosiddetti “estremi”?
“Le mie esperienze sono legate al deserto. Il disagio fortifica e nel mio caso il crescere in campagna mi ha aiutato. Quello che regalano queste esperienze è qualcosa da accaparrarsi con avidità perché sono occasioni uniche. Il malessere che crea qualche doccia fredda o qualche nottata in tenda berbera con poca acqua a disposizione è il prezzo minimo da pagare. Niente di eroico e di impossibile. Il mio consiglio è: provateci. Sempre.”
Riecco Anna razionale e pragmatica
“Sono molto attenta nei miei confronti. Mi tollero e spesso riesco a convivere coi miei disordini emotivi. Mi piaccio così.”
L’accompagno alla macchina.
La friulana se ne esce dalla mia giornata senza pretese.
Ha portato entusiasmo e passione.
Le emozioni delle donne che corrono pesano di più.




