BORIS
Boris è l’immagine della leggerezza: jeans e scarpe da runner.
Me lo ricordo così pensando a quando ci si incrociava nei corridoi dell’azienda per la quale lavoravamo. Zainetto in spalla e passo felpato, veloce e determinato. Un metro e settanta compresa la faccia con un barbone da intellettuale e due occhi ai quali non sfugge nulla.
Boris è un maratoneta. Gente veloce. Molto veloce. La sua leggerezza la ritrovo in pista mentre infila giri su giri. Ritmi alti che spio mentre i miei ragazzini si cimentano coi salti. Mi sfreccia accanto e sputa sangue sul tartan. Passo felpato.
Incroci su incroci.
Boris è un astronomo con un pezzo di carta appiccicato in camera da letto a Padova: dottorato in scienze spaziali. Un pezzo di carta che riempie d’orgoglio solo ad avvicinarsi. Non Boris però. Per lui quello non è altro che un trampolino di lancio, l’innesco per scardinare la voglia di affrontare la vita col petto in avanti.
“Sono un maratoneta”. Me lo ripeterà tre volte nel corso del tempo che mi dedica. Lo fa, quando parla di difficoltà da affrontare. “La vita è una maratona, molto più lunga. Ti pone davanti ostacoli e problemi. Bisogna correrci dentro a testa alta. La vita è un susseguirsi d’obiettivi che ci si pone e assomiglia molto alla faticosa corsa nella quale ad ogni chilometro segnalato ti sproni a superare quello successivo”.
Le esperienze professionali ti hanno portato in giro per il mondo. Il Boris podista che dice?
Nelle valigie le scarpe da corsa le sistemo accanto alle aspettative, alle paure di tutto ciò che mi appresto a vivere.
Cos’è la paura?
“Le paure concrete si riescono a dominare abbastanza bene per fortuna. La vera paura che ho è quella dell’ignoto. Io la chiamo Paura della Paura. Ciò che ci spaventa è l’idea di perdere il controllo sul nostro futuro, pur sapendo bene che di controllo non ne abbiamo poi mica tanto.”
Per vincere le paure bisogna avere coraggio.
“Il vero coraggio per me è scegliere senza avere rimpianti. Fatta la scelta non si torna indietro.”
Come porti in giro la tua corsa?
La corsa mi ha sempre aiutato a scoprire i luoghi ed è il primo mezzo per conoscere persone e farmi nuovi amici laddove non conosco nessuno. Mi permette di condividere a prescindere che io mi trovi in Italia, in Texas o in Australia.
Così imparo che a Perth alle sei del mattino centinaia di persone, prima di recarsi in ufficio, si ritrovano ai piedi delle colline e corrono e sudano assieme; imparo che nel nuovo mondo le gare competitive sono organizzate peggio di una qualsiasi nostra marcia domenicale pur catalizzando migliaia di iscritti e che si può disimballare le gambe alle cinque del mattino in una qualsiasi palestra aperta già dall’alba.
Correndo scambio pareri tecnici con gente del mondo e di etnie incredibilmente differenti: irlandesi con accenti incomprensibili coi quali discuto di ripetute; australiani ai quali dispenso consigli parlando di percorsi con fondi alternativi al solito asfalto dove la quasi totalità degli indigeni è abituata a spaccarsi le articolazioni. La corsa permette anche di aggredire stereotipi che abbiamo in testa: e così sorrido a pensare al mio amico indiano che mi suda accanto con l’iphone di ultima generazione noi che immaginiamo gli questi asiatici con le pantofole e molti tappeti attorno.
Tu sei stato uno dei pochi italiani che hanno avuto la possibilità di partecipare ad una missione scientifica alla base Concordia. Ce ne parli?
Avevo un sogno chiuso in due parole: Winter Over. Un progetto italiano pieno zeppo di esperimenti e studi: radiometri che studiavano i ghiacci dall’alto, osservazioni del contenuto dell’ozono e comprensione dei campi elettrici della Terra, sviluppo del telescopio infrarosso Irait. Il progetto al solo pensiero mi stringeva il cuore perchè prevedeva un viaggio: Antartide”.
Io non capisco molto di quello che dice ma Boris lo ascolto a bocca aperta.
“Superai i test psico fisico-attitudinali, le perizie psichiatriche e l’addestramento sull’Appennino tosco-emiliano e poi su un ghiacciaio del versante italiano del Monte Bianco. Alla fine mi arrivò la telefonata: – sei del Team assieme ad altri cinque italiani, sei francesi e un ceco! – Il mio primo pensiero volò a mio nonno che da un mese non era più in salute e il pensiero che quella poteva essere l’ultima volta che lo vedevo era molto forte in me. Volevo raccontarlo a lui e così quella sera non parlammo della vita di campagna di cinquant’ anni fa. Quella sera raccontai io del lavoro che avevo appena ottenuto al polo sud e gli lasciai un calendario con un po’ di foto, mi mostrai in tutta la mia gioia e felicità, forse anche di più di quelle che provavo in quel momento. Ma la felicità di un nipote è decuplicata in quella di un nonno e così non volli trasmettere nessuno dei miei dubbi e delle mie paure. Il nonno riusciva anche a ridere, è una cosa che mi colpì molto.”
Hai smesso di correre in Antartide?
“Macchè! Correre al polo sud però è pazzesco. I ritmi naturalmente erano assolutamente diversi: ventidue – ventiquattro km a settimana contro il centinaio che macinavo in pianura padana. Correvo solo e dentro una stanzetta. Fuori una temperatura media di -55 gradi con punte di -84.7 e con pressione atmosferica che corrispondeva, da noi, ad un’altezza di 4000 metri. Il tapis roulant era spietato e mi costringeva a bere ogni tre minuti.”
Cosa insegna restare un anno in Antartide ?
“Il polo sud regala immagini uniche. Siamo stati tre mesi senza la luce del sole e ricordo nitidamente l’emozione che provai a vedere fuori dai finestroni, mentre correvo sul tapis roulant, l’aurora a mezzogiorno e i pianeti a portata di mano. Ancora oggi chiudo gli occhi e vedo un tramonto in cui scompare il sole e al suo posto appare una colonna verticale di luce arancione che da un punto indefinito arriva a metà cielo. E ancora vedo la via lattea appena al di sopra della linea dell’orizzonte. Questo significa toccare le stelle con le mani. Accarezzarle. Stelle con nomi diversi rispetto a quelle che si ammirano nel mezzo del Sahara, ma stesse identiche sensazioni”.
Porcocane Boris, mi fai emozionare. Cos’è la corsa per te?
“La corsa per me è una forma di meditazione.
Quando corro mi estraneo dal tempo e dallo spazio.L’armonia che ritrovo in un’ora con le scarpe ai piedi ha lo stesso peso sia che io corra tra il caos di Austin, i cavalli del Polesine o i canguri australiani. Le mie ansie scompaiono.”
Boris e io ci salutiamo. Rileggo gli appunti. Ci leggo una favola. La favola di un astronomo orgoglioso di essere maratoneta.
Questo ragazzo è un concentrato di energia e neuroni che viaggiano a mille chilometri orari.
Leggeri.
Come la sua corsa.




