KATIA

KATIA

KATIA

Una piccola donna che attraversa, correndo, cinque deserti, in cinque continenti. Mille chilometri circa.
Unico limite è l’anno.
A guardarla Katia mette allegria.
Mi imbatto in lei attraverso il plasma del mio televisore che regala immagini di una graziosa signorina, con una graziosa pettinatura e una graziosa camicetta bianca. Ha l’aria di una normalissima impiegata se non fosse per ciò che racconta: “Il progetto si chiama Run for Women e si prefigge di denunciare in qualsiasi angolo dell’universo la violenza sulle donne. La mia denuncia la porto in giro correndo”.

Perché a piedi? Perchè nei deserti ? – le chiedo di getto.
“Perché no?”  mi risponde in aria di sfida.
Vestita da ultramaratoneta Katia mi ricorda un guerriero spartano. Sguardo fiero e dritto, a puntare un orizzonte da aggredire. Lo zaino, con le borracce aggrappate, è l’armatura. Occhiali da sole, sciarpa sulla bocca, scarpe e ghette a ricordare che  il nemico dal quale difendersi è pur sempre la sabbia.
“Da bimba sono cresciuta a Milano. Il mio universo si chiamava Parco Nord ed è li che mi rifugiavo nei momenti di solitudine.

Cercavo la natura, ne sentivo il bisogno.
Ero a caccia di silenzi. Ne sentivo il bisogno.

Il deserto mi ha permesso di ascoltare il vero rumore del silenzio del vento. Questo, da piccola chiesi a mia madre scrivendolo su un pezzo di carta. Voglio sentire il silenzio del vento”.

La ascolto. Rapito.

Mentre parla mi scorre sotto il naso la lista dei luoghi dove corre e vince.
“ Sì perché io corro anche per vincere.”
Sahara (Africa), Oman (Asia), Atacama (America del Sud), Blue Montains (Australia), Colorado Mountains (America del Nord).
“Nel deserto si annullano le presunzioni di noi umanoidi e si smorza la nostra arroganza nei confronti della natura. E’ a lei che laggiù bisogna sottostare. Alle sue regole. Ho in mente una scena di un pomeriggio in cui, mentre correvo, cominciò a tremare la terra sotto i piedi. Presi paura finché non mi accorsi che alla mia sinistra e poco distante, parallelo a me correvano numerose antilopi. Erano loro le padrone della scena.”

Cambio argomento.
Non smetterei mai di parlare di deserti. Non glielo dico.
Patetico? Sì, forse sì.

Per alcuni aspetti sei presa ad esempio da molte donne.
“Non mi sento di rappresentare le donne. Io sono come sono. Di certo le donne hanno mille risorse e alcune di queste in me risaltano in maniera evidente: sono tenace e lavoro molto sulla forza d’animo. Noi donne, di testa, sappiamo essere molto forti. Nelle ultramaratone a tappe spesso nei giorni finali recuperiamo moltissimo tempo agli uomini.”

Qualche difetto del gentil sesso?
“Noi donne a volte risultiamo troppo complesse, “macchiavellotiche” direi. In tanti aspetti dovremmo essere più semplici.
Non semplicistiche. Semplici.”

La sottolinea con il tono della voce quest’ultima frase, quasi a non ammettere compromessi.

“L’idea della Run for Women mi venne nel deserto del Mali.
Quando arrivavo nei paesi le donne inizialmente non mi riconoscevano subito perché ero “bardata” da corsa. I loro abiti femminili inoltre erano molto diversi da quelli maschili. Mi riconoscevano solo quando le avevo molto vicine e allora si toccavano e sussurravano tra loro “Elle est une dame”, una signora.
Sapevo che quello era un atteggiamento solo per me. Un regalo.
Sapevo che non l’avevano riservato agli altri uomini. Sentivo una grande differenza culturale, ma, allo stesso tempo, avvertivo una complicità unica ed indistruttibile, un senso di appartenenza comune: essere donna. È questo che mi ha spinto ad abbracciare simbolicamente (e non solo) il mondo inserendo una lettera per ogni continente. Una lettera che, illuminata al mio passaggio, creasse la parola Women, donne”.

Perchè il mondo?
“Perché purtroppo la violenza sulla donna è un problema presente in tutto il mondo, si manifesta in modi diversi forse, ma è un inferno che vivono un tante donne nel mondo.
Volevo che più che agli uomini il mio messaggio arrivasse alle donne stesse, per farle reagire e a trovare il coraggio di dire basta e di uscire dal tunnel nero della spirale della violenza che spesso ha luogo tra le mura domestiche.
In poche parole se io fossi riuscita a dimostrare che una cosa apparentemente impossibile (come correre per centinaia di km) poteva diventare realtà, forse avrei potuto rendere credibile che non fosse impossibile reagire ai maltrattamenti.”

Poco fa Katia mi ha detto che non si sente di rappresentare le donne. Mi piace il suo modo di esporsi, invece.

Cosa significa per te “il limite”?
Il limite è il confine tra sfidare se stessi e la stupidità. È quella linea sulla quale riesci ancora a governarti e sulla quale sei ancora in grado di ascoltarti. Oltrepassare i propri limite significa cadere nella stupidità.
Le mie gare sono estreme ma sempre controllate. Posso correre centinaia di km ma so che sono all’interno di un contesto organizzativo nel quale posso essere soccorsa e aiutata. Non alimentiamo falsi miti. Le mie corse sono dure ma non impossibili. C’è molta semplicità nella difficoltà delle cose.”

Katia alterna aforismi a frasi goliardiche. La sua voce è un continuo sali scendi di tonalità melodiose condite da uno spiccato accento lombardo.

“Spesso mi dicono che ho coraggio. Lo sento dire per i posti che frequento e per le imprese che affronto.
Il concetto che ho di coraggio è che lo si ha quando si è in grado di fare scelte di cui si ha paura.
Più del coraggio che accumulai per affrontare i quattromila e quattrocento metri di dislivello del deserto dell’Atacama in Cile ricordo il coraggio che ebbi quando mi licenziai da impiegata per dedicarmi allo sport.”

Semplice. Non semplicistica.

Katia ed io ci salutiamo non prima di avere divagato su libri che aiutano a sopportare l’altro sesso e parlato dell’invidia che talvolta le persone hanno nei confronti di chi fa qualcosa di particolare per il prossimo.
Ci scherziamo sopra.

Noi maratoneti siamo così a volte riusciamo a fregarcene delle avversità.
“In realtà io non mi sono mai iscritta ad una maratona e nemmeno ad una mezza. Mi sono innamorata da subito delle lunghissime distanze e non le ho più abbandonate. Tra qualche anno mi dedicherò alle distanze più corte, ovvero a qualche maratona corsa molto velocemente.”

C’è molta semplicità nella difficoltà delle cose.
Eh, già.

Rubens Noviello

Per approfondire la conoscenza di Katia www.xcorsi.eu