ANDREA

ANDREA

ANDREA

Lo conosco attraverso il display a quindici pollici del mio notebook.
Il virtuale di skype che di colpo trasforma i bit in sembianze umane ha sempre presa su di me.
Andrea è a Praga.
Nasce in un paese di pescatori. Caorle. Ha una faccia da bravo ragazzo e un sorriso che cattura. Pochi capelli e occhi molto vivi e intensi.
Capisco da subito che è una persona curiosa che incuriosisce.
La curiosità è una grande amica dell’intelligenza.
Ma io non corro, Rubens. Io cammino”. Sfodera la sua timidezza, quando gli illustro la rubrica sui podisti. Nel frattempo però so che anche lui mi ha già etichettato come curioso ed è cosciente della bontà di ciò che andrà a raccontarmi.
Andrea a trentatre anni si ritrova strangolato nei ritmi frenetici della caotica vita di un giovane manager di una multinazionale. Nasce il bisogno di allentare i ritmi quotidiani. “La camminata in tal senso è la migliore valvola di sfogo. Per chi è abituato a correre camminare ricrea la giusta dimensione delle cose. A piedi si riscopre la bellezza della lentezza. La società corre? Io cammino.”
Il veneziano parla adagio mentre è seduto su un divano moderno e mantiene le gambe incrociate all’interno delle quali sistema una tazza di the fumante. Intravedo uno scaffale con libri sistemati in maniera pensata.
L’ordine dei libri spesso è un identikit delle persone.

La mia voglia di camminare nasce nel 2010 a migliaia di chilometri da quell’ufficio del personale nel quale avevo lasciato, cordialmente, la mia lettera di dimissioni. Sono sull’Himalaya a metà di un viaggio iniziato tra lo sguardo attonito di mio padre e l’incredulità e lo scetticismo dei miei amici più cari.
Guardo il mondo dall’alto: strapiombi che giocano a briscola con le mie vertigini e panorami da gustarsi senza respirare.
E cammino, cammino. Fino a cinquemila metri. Zaino in spalla con tutto ciò che serve durante una giornata: sacco a pelo, materassino, magliette intime, quattro mutande, tre pantaloni, cibarie e attrezzi vari.
Tredici kg.”
È questo il peso dell’esistenza? – penso mentre Andrea stringe a doppie mani la sua tazza fumante.
Ma da dove era partito il tuo viaggio?, – chiedo al mio amico virtuale.
Il viaggio inizia dalla Repubblica Ceca e si snoda attraverso la Turchia, Iran, Pakistan, India, Nepal.
Mi fermo spesso a pensare a ciò che sto per compiere: mi assale euforia e paura. Montagne russe di sensazioni: positive quando osservo dall’alto della mia esuberanza, negative quando ragiono sulla praticità delle cose e sui pericoli ai quali potrei andare incontro. Ho la manualità di un bimbo di sei anni.  Mi sento assolutamente impreparato, ma parto lo stesso.
Mi chiedo mille volte il perché del mio partire. Sempre le stesse domande e sempre le stesse risposte: viaggio perché voglio viaggiare, perché voglio vedere, perché voglio toccare, perché voglio gustare, perché voglio sentire.
All’inizio di questo viaggio, che mi porterà ad attraversare Asia e Africa, cammino molto ma non solo. Passo da un mezzo di fortuna ad un altro. Niente aerei. Niente gps. Niente tecnologia in viaggio. Mi affido alla bussola e alle ruvide carte che chilometro dopo chilometro si sgualciscono sempre più. Scelgo autobus polverosi, jeep e mezzi di fortuna.
E più avanzo più cresce in me la voglia di calpestarlo quell’asfalto a cui ho affidato il trasporto dei miei sogni.
Mi passano così sotto i piedi migliaia e migliaia di chilometri: Cina, Mongolia, Russia, Estonia.
Sono in viaggio ormai da sette mesi quando arrivo in Finlandia. Ho ancora sete, mi dico. Devo bere dal calice della mia voglia di scoprire. Mi decido e salgo su un aereo.
Direzione Africa.”
Andrea mi entusiasma col suo racconto. Mentre parla chiudo gli occhi. Lo ascolto attentamente ma per pudore disabilito per un attimo la mia webcam. Solo audio. Le sue parole mi fanno sentire questo cambio di scenario. Mi sento addosso lo stacco del freddo della Scandinavia e l’immergersi nel caldo secco della Zambia. 
Il mondo, là fuori, non scherza. Ti stupra l’anima. L’Africa ti da un pugno allo stomaco e uno in faccia così ti raddrizzi. Penso di essere ancora in piedi e pronto per un altro round. Se non si vuole rischiare le proprie certezze, allora sarebbe meglio rimanere a casa, guardare le foto e la tv.” 

Mi colpisce il concetto dell’Africa che stupra l’anima. Mi è familiare.

Andrea continua: “E quando sento dire che bisogna correre incontro al destino io ci credo veramente. È infatti in Zambia che conosco Laura, una ragazza bergamasca, che diventerà prima mia compagna di viaggio e poi compagna di vita.
Risalgo il continente nero. Sei mesi e stati che lascio dietro come birilli spazzati da una palla di bowling: Burundi, Tanzania, Uganda,Kenia, Etiopia, Sudan, Egitto, Giordania,Israele. E dopo l’Africa e il Medio Oriente prendo un altro volo, stavolta per il sudest asiatico: Vietnam, Laos, Cambogia, Thailandia, Malesia, Filippine.
 

Dopo un anno e mezzo di girovagare, come una palla impazzita in un flipper, dentro me cresce il desiderio di compiere l’ultima tappa interamente a piedi.
Il tracciato è disegnato in maniera semplice. È una lunga linea che collega le due città che più amo: Praga e Caorle.
È una linea che ho intenzione di riempire di emozioni. Una linea di ottocentosessantamila metri.
Una linea che unisce la mia quotidianità, (la famiglia, gli amici, la mia città natale) con ciò che c’è all’esterno. Una linea che lega il mio passato con tutto ciò che del presente sono riuscito a far mio e che mi hanno regalato questi mesi in giro per il mondo.
Lo voglio fare a piedi. Camminando. Quasi a sottolineare ciò che voglio dalla vita: assorbire ogni singolo istante della giornata. In movimento lento, riuscendo a ragionare su ogni giro delle lancette.
Quando cammino non ho strade tracciate da qualcuno come in una gara podistica o ciclistica. Sono io che scelgo le traiettorie e gli intralci li devo superare.
In una maratona non succederà mai di trovarsi in strade chiuse e dovere ripartire. A piedi se trovi un ostacolo che fai? Cerchi un’altra via. Sempre in movimento. Un po’ come nella vita.
Parto da Praga con Laura. In questo anno ho trasmesso a chi mi seguiva dal Nordest italico ciò che ho vissuto in maniera virtuale: blog, email, sms, chat improvvisate.
Nell’ultima tappa ho invece la necessità di condividere in maniera reale. Toccare, annusare, soffrire in due. Mi ritrovo a giocare con le lucciole tra i boschi boemi, a mangiare more e prugne staccate dagli alberi; ci buchiamo le vesciche ai piedi e tagliamo insieme a fette il nostro tempo mai troppo silenzioso. Ci perdiamo e ritroviamo svariate volte. La voglia di affidarsi al navigatore nella tasca dello zaino è molta, ma si spegne ogniqualvolta scorgiamo il riferimento di un campanile o un nome di un paese che coincide con la cartina geografica: Repubblica Ceca, Austria e Italia.
Sbeffeggiamo la tecnologia quando accendiamo il telefono cellulare nel punto esatto di incontro tra Austria, Slovenia e Italia, o meglio tra Carinzia, Friuli e Slovenia come dice l’insegna lassù a 1500 metri. L’attrezzo impazzisce cambiando operatore ogni trenta secondi.
Scendiamo dalle montagne. Direzione sud-ovest. In testa ho mio padre. Mia madre mi ha accompagnato ovunque. Ha vegliato su di me, dall’alto.
Quando entro a Caorle cerco il campanile. È ancora lì ma è in compagnia di innumerevoli gru. Divoro gli ultimi chilometri ed entro in paese costeggiando il porto. Giungo al mare. Al mio mare. Nessuno mi saluta per le vie di Caorle. Ci metto un attimo a riassaporare la frenesia dei ritmi lasciati un anno e mezzo prima.  Mi sento un alieno tra gente distratta e turisti accalcati sulla spiaggia.
Io e Laura ci tuffiamo in acqua a lavare la stanchezza prima di chiamare mio padre. Mi sento felice. Soddisfatto. Realizzato.
Abbraccio mio padre. Il nostro stringersi non è uno stringersi normale. È un fondersi. Mi è mancato. Mi dice solo una cosa “Ti si mato”.
Sorrido. “No papà, sono contento”.

Camminare e viaggiare mi hanno cambiato. Di certo  ho imparato a sorridere di più. Alla mattina mi sveglio e decido che sarà una buona giornata e mi sorrido allo specchio. Funziona.
Io ho camminato tantissimo nella mia vita ma non serve spostarsi di migliaia di chilometri per viaggiare. Ognuno ha un suo viaggio da compiere, e non solo nel senso dello spostamento fisico, ma anche in un’accezione più filosofica, e lo compie come meglio crede. Incontrando gente in giro per il mondo con lo zaino in spalla ci si accorge che ciascuno viaggia a suo modo e non esiste UN modo di viaggiare camminando.
Alla fine sono partito “impreparato” per il mondo, e dopo tutti questi mesi sono ancora più impreparato e curioso di vedere e di toccare con mano. Non so dove andrò domani, ma so che continuerò a viaggiare alla ricerca di domande e dubbi.
Camminando?” chiedo io.
Perché no? Nessun luogo è lontano.”