OMAR

 

OMAR!

Un’intervista che racconta in maniera toccante di un uomo che attraverso la corsa ha ritrovato se stesso e la gioia di vivere.

Finalmente anche i sogni tornano a presentarsi nella mia testa”.
La fine dell’incontro con Omar mi riempie i polmoni mentre corro. Macino chilometri e penso a questo ragazzo quasi quarantenne.
L’ho incrociato oggi. Eravamo stanchi entrambi. Una normalissima giornata di lavoro alle spalle. Vite distanti e assolutamente differenti la mia e la sua. Abbiamo però una linea comune che ci lega: la corsa.
Io e lui siamo seduti in un pub e ci dividono due birre medie ed una ciotola di pop corn. Potremmo essere a Dublino o in Sud Africa o chissà dove.
Siamo concentrati su di noi, in realtà.
Fuori dallo spazio.
Omar lo conosco qualche tempo fa in mezzo alla folla. Ho un disguido con l’organizzazione di un evento e cerco una persona che mi possa risolvere quello che si sta rivelando un problema: gestire un palco dove sono posizionati i premi.
C’è da parlare. C’e’ da esporsi.
Mancano dieci minuti all’inizio della competizione e io ho bisogno di qualcuno. Girovago freneticamente tra la folla con il microfono in mano. Ad un certo punto mi fermo.
Le mie pulsazioni accelerano. Abbiamo le schiene posizionate simmetricamente. Schiena contro schiena. Mi giro e gli batto con la mano sulla spalla e gli chiedo “Ho bisogno di un aiuto per la corsa”.
Mi sorride. Forse mi conosce. Forse no.
Accetta.
Diventiamo nel tempo più di semplici conoscenti.
Amici è una parola particolare che non mi piace usare a vanvera. L’impressione però è di conoscerlo da sempre.
Quelle pulsazioni accelerate per me hanno un valore particolare. Provo vergogna un po’ ad espormi e a raccontargli di ciò che a volte provo con le persone.
Ma c’è intimità tra noi e Omar oggi ha deciso di catapultarmi nella sua vita. Lo fa con le parole che raccontano di lui.
“Non è facile, per niente facile, ricordare la propria vita quando si è coscienti
che fino a questo momento è stata un mezzo fallimento.
  L’unica cosa che mi
spinge a farlo è pensare che forse non sono l’unico ad avere una seconda
possibilità”.
Omar ha tratti mediterranei e una folta chioma di capelli scuri. Ha un bel sorriso. Contagioso. “Provengo da una famiglia numerosa. Da piccolo sono irreprensibile e dotato di una personalità molto forte. Le decisioni le prendo io e spesso non si discutono. Chissà se eredito questa durezza dai miei genitori spesso molto severi e intransigenti.
E’ una loro pensata spedirmi in una scuola privata. Roba da ricchi farcita da molta religione e morale da toccare ad ogni angolo dell’edificio. Vivo questa loro scelta come un’imposizione e come tale non riesco a digerirla.
E così un po’ alla volta chiudo con la fede e mi allontano dai miei genitori.
Vengo cacciato dalla scuola. Tante marachelle. Nessuna grave ma, per il dispiacere
dei miei genitori, sono moltissime.
L’adolescenza comincia a scapparmi di mano.
La sessualità, il divertimento, l’amore. Storpio le cose più belle e genuine di questa vita trasformandole in ossessioni e cercando il limite in ognuna di esse.
E cercare il limite nel divertimento porta alla droga in un batter d’occhio.
Mi ritrovo solo come un cane anche se in mezzo a tanti pseudo amici. Chi mi dovrebbe sostenere non c’è. Mi sento tradito dalla famiglia, dagli amici, dalla mia donna.
Ancora oggi non so se li ho traditi io.
Arrivano i primi spinelli e da li la voglia di trasgressione aumenta a dismisura. I limiti sono fatti per essere valicati.
E così se bevo lo faccio in maniera massiccia, se fumo lo stesso.
Arriva il giorno della cocaina. Che cosa meravigliosa. E’ veramente la droga perfetta, mi dico. Non hai sonno, puoi bere quello che vuoi, sei splendido anche se sei un timido, non ti devi bucare, te ne basta poca, non sei stravolto.
E così di colpo non esiste festa senza coca, hai sempre voglia di tirare e il fatto di farlo te ne fa venire ancora di più con la conseguenza che non fai altro che tirare.
Fa male però, porca puttana! …anche se fisicamente si possono non avere gravi conseguenze è la psiche che subisce i danni più gravi.
Divento insopportabile, mi arrabbio con nulla e divento falso. A casa mia nessuno sa di me, di quella che è la mia vita. Racconto bugie e le racconto bene anche perché ho paura della verità.
La droga è falsa; sono convinto di fare una vita normale, con un po’ di sballi, invece mi guardo allo specchio e mi ritrovo schiavo.
Di colpo non sono più così splendido; da drogato non sto più così bene in mezzo alla gente; nella mia mente iniziano a crearsi una marea di noie e paure. Vivo alla giornata e quando mi faccio di droga non mi preoccupo di presentarmi a lavorare completamente distrutto ed inguardabile. Non riesco a valutare i fatti e tutto è sdoppiato dalla coca e da quello che crea nella mia testa. Giustificazioni e una vita vuota.
La cocaina non basta mai. Non esiste altro. Ogni avvenimento importante è organizzato in funzione di poterne fare uso. E così rovino tutte le pagine più importanti della mia vita”.
Io lo ascolto. Non ho quaderni da riempire oggi.
Sto registrando mentalmente ogni singola frase.
Ho sempre apprezzato chi sa condividere le proprie miserie.
Nei fondi delle esistenze si possono pescare motivazioni da donare a chi può sbagliare allo stesso modo. I tanti Omar li vedo come missionari.
“Ho buttato nel cesso venti anni della mia unica vita. Come se fossi stato condannato per omicidio. Ho fatto di tutto per spegnermi senza nemmeno rendermene conto. Giorno dopo giorno, fino a quando è scattata in me la fiammella della vita. Mi sono aggrappato a me stesso. Ho vomitato la mia disperazione e con lei è uscito il mio orgoglio misto alla voglia di riscatto.
Ho iniziato a scappare da quel mondo di giornate macchiate dalla polvere bianca. Basta compagnie e sballi.
Inizia la mia corsa. Me stesso come pace-maker.
Io, in cerca del ritmo della mia vita.
Io, in cerca di soluzioni.
Comincio a correre, anzi, camminare. Mi faccio schifo. Mi guardo allo specchio: sono obeso. Ettolitri di superalcolici mi hanno deformato. Un quintale e mezzo di disperazione che arranca.
I silenzi delle mie prime corse sono carichi di rimorsi. Ogni metro è imbevuto di pensieri densi di schifezze, bugie, dispiaceri per anni persi e sogni presi a calci nel culo.
Però correre mi piace. Mi rende vivo.
Casco ancora. Tiro cocaina in altre mille occasioni ma ora riesco a correre cinquemila metri di seguito. Ogni volta che mi slaccio le scarpe da corsa e mi avvicino alla doccia mi sento uno zerbino. Ma comincio a costruire la mia autostima. Sono devastato ma contento di me.
Scatta la molla.
Ho un obiettivo. Banale no? No, cazzo! Non ho mai avuto obiettivi.
La corsa me ne regala uno.
Voglio una mezza maratona.
Se tiro cocaina non ce la farò mai.
Mi chiudo in casa. Solo lavoro, corsa e morosa.
La lancetta della bilancia comincia un po’ alla volta a virare a ovest. Tre cifre di chilogrammi che diventano due.
Dopo due anni sono lì alla partenza di una ventuno chilometri. Mi sento nudo come un verme in mezzo a persone che, come me, hanno un obiettivo da raggiungere.
Come me. Vorrei piangere perché sono come loro.
La mezza maratona di Ferrara la termino. Una fatica immane in mezzo alla nebbia. Arrivo in piazza che stanno quasi smontando il palco. Mi sento un Dio in terra e per la prima volta senza trucchi. Nulla di artificiale e chimico. Solo io e i miei piedi spaccati dal porfido degli ultimi chilometri”.
L’ho corsa anche io, come Omar, quella mezza maratona.
Ricordo il mio arrivo svogliato. Una corsa come tante altre.
Ascoltando il racconto penso a quante volte non assaporo le cose per come realmente sono. Un arrivo di una corsa è pur sempre un momento unico e pieno di significati e simboli.
Ho fatto poche domande ad Omar. Il mio block notes giallo è quasi immacolato.
“E oggi Omar?”
“Ora non mi faccio più da oltre tre anni. Corro le maratone. Sono un maratoneta.”
Sorrido. Lo sarai per sempre, penso dentro di me.
“La corsa è stata la mia salvezza ed il motivo è semplicissimo. Mi ha fatto capire che le cose si ottengono con la fatica.
La fatica di una maratona è la stessa fatica che si prova a smettere di tirare polvere bianca. Ti verrebbe voglia di mollare ma se focalizzi la tua meta e il tuo obiettivo e se lo vuoi raggiungere a tutti i costi nulla ti fermerà. Puoi
cadere ma ti puoi rialzare e continuare verso l’arrivo.
Oggi mi basta fare una corsetta tra amici per capire quanto io debba essere
riconoscente a questa disciplina sportiva.
Lo so che non sono arrivato; lo so che basterebbe poco per farmi sbagliare ancora. Ma a me la fatica non fa per niente paura.
Ho ritrovato famiglia e ho trovato nuovi amici, non mi sento un
perdente anche se ho perso molte volte.
Ho capito che la sconfitta è l’arma segreta dei vincitori e ogni vittoria il più delle volte è la somma di tante sconfitte.”
“Perché hai accettato questa intervista?”. Lo pungolo.
“Non voglio condividere queste mie idee ed esperienze per togliermi un peso. Il mio peso me lo porto da solo e non mi fa più paura.
Io non rinnego di essere stato un drogato, dentro di me lo so.
Ma adesso ho deciso di drogarmi di vita”.

Punto.